Other Rooms, Other Thoughts
2021—2022

Come possiamo renderci utili e, attraverso il nostro lavoro, dare un contributo alla vita in un mondo in crisi?
Con il progetto Other Rooms, Other Thoughts, artQ13 dà vita, nel pieno della pandemia da coronavirus, a una nuova piattaforma sperimentale per le attività e gli scambi artistici. Questo progetto interculturale e multidisciplinare viene realizzato in autonomia, indipendentemente dai mercati dell’arte, in vari luoghi in tutto il mondo: Kalamulla/Sri Lanka, Parigi/Francia, Bucarest/Romania, Kharkiv/Ucraina.
Extended archive content is available for this project.
Introduzione
“La vita è veramente nostra quando ce la siamo inventata da noi” — Djuna Barnes
Con il progetto Other Rooms, Other Thoughts, artQ13 dà vita, nel pieno della pandemia da coronavirus, a una nuova piattaforma sperimentale per le attività e gli scambi artistici. Questo progetto interculturale e multidisciplinare viene realizzato in autonomia, indipendentemente dai mercati dell’arte, in vari luoghi in tutto il mondo. Other Rooms, Other Thoughts inizia nel 2022 con un’esposizione in un negozio di pentole di terracotta a Kalamulla, in Sri Lanka.
La pandemia ci ha rinchiusi tra le nostre quattro mura. A causa delle restrizioni dei contatti, abbiamo preso consapevolezza del valore, nonché della vitalità e del potenziale, della nostra capacità relazionale di esseri umani. artQ13 è uno spazio piccolo, e come tale ha sempre dovuto lottare per rimanere a galla. Ora, in questa grande crisi globale, ci si pone nuovamente, in maniera fondamentale, il quesito esistenziale: come possiamo renderci utili e, attraverso il nostro lavoro, dare un valido contributo alla vita? Quali idee e iniziative siamo in grado di sviluppare in questa situazione? La risposta è: dobbiamo inventare vita.
Per questo progetto abbiamo scelto intenzionalmente luoghi che fossero lontani dai consueti itinerari e centri dell’arte. I primi spazi verranno aperti a Kalamulla/Sri Lanka, Parigi/Francia, Bucarest/Romania, Kharkiv/Ucraina. Questi siti espositivi non sono i tipici cubi bianchi che troviamo spesso riservati all’arte, ma spazi (privati), anche esterni, collegati con dei referenti in ogni paese. Le opere verranno realizzate tutte in loco da persone che non hanno nulla a che vedere con l’arte contemporanea e i mercati dell’arte. Intendiamo Other Rooms, Other Thoughts come esperimento che, consciamente, comprende momenti fortuiti così come la possibilità di insuccesso.
“One’s life is peculiar to one’s own when one has invented it.” — Djuna Barnes
With the Project Other Rooms, Other Thoughts, artQ13 is initiating a new experimental platform for artistic activity and exchange in the midst of the corona pandemic. This intercultural and multidisciplinary project is being realized independently of the art business in various sites throughout the world. Other Rooms, Other Thoughts begins on 2022 with an exhibition in a clay pot shop in Kalamulla, Sri Lanka.
The pandemic has confined us within our own four walls. As a small project space, artQ13 has been continually struggling to stay afloat. Now, in the great global crisis, the existential question is being posed once again in a fundamental way: How can we make ourselves useful and, with our work, make a contribution to life? The answer is: We have to invent life.
We have chosen intentionally the sites for this project far away from the customary art routes and centers. The first branch spaces will open in Kalamulla/Sri Lanka, Paris/France, Bucharest/Romania, Kharkiv/Ukraine. These exhibition sites are not the typical white cubes you find for art, but (private) spaces, also outside spaces, connected with contact persons in the respective countries. All works will be carried out on location by persons who have nothing to do with contemporary art and the art business. We understand Other Rooms, Other Thoughts to be an experiment that consciously includes accidental moments as well as the possibility for failure.

Tanato Beautician — Parigi, 2022
Tanato nasce da una riflessione su un tema, quello della morte, con cui da sempre la cultura umana non può fare a meno di confrontarsi. A maggior ragione in un periodo come quello pandemico che ha costretto l’umanità intera a fermarsi, posta davanti alla morte come questione inaggirabile, obbligando molti a una riflessione forzata e portando altri a rimuovere l’esperienza stessa della morte attraverso la negazione dell’esistenza del Covid-19.
L’esperienza della morte, sin dall’antichità, chiama in causa il senso ultimo della vita e spesso ha generato la convinzione che nel tempo e nel mondo della vita umana non ci sia alcuna possibilità di salvezza e di verità. L’essere umano, posto di fronte al vuoto della vita, ha cercato una fuga dal tempo e dal mondo verso l’eterno e l’invisibile e ha trovato nell’anima un approdo sicuro. L’anima “incarna” la necessità di trascendere, di andare oltre, presente tanto nell’iperuranio di Platone quanto nel super-uomo di Nietzsche, e rappresenta una invenzione del tutto umana che ci riserva una temporalità autonoma in grado di separarci dal ciclo della natura.
Tanato cerca di tradurre e comprimere tutte queste riflessioni e pensieri per farli entrare in una foto, uno sfondo, uno sguardo, sollecitando i visitatori a livello affettivo nel tentativo di trovare una nuova prospettiva d’incontro con questi temi. Una prospettiva che sia capace di tenere insieme il corpo e la mente, cercando una dimensione non già fuori di noi, ma dentro le nostre esperienze. E, tuttavia, la domanda rimane ancora irrisolta: perché scappiamo dalla morte? Scappiamo perché abbiamo paura oppure abbiamo paura perché scappiamo? Probabilmente le due cose sono inseparabili.
Tanato was born out of a reflection on the theme of death, which human culture has always been faced with. All the more so in a period such as the current pandemic, which has forced the whole of humanity to pause, finding itself confronted with death as an unanswerable question.
Since ancient times, the experience of death has called into question the ultimate meaning of life. Human beings, faced with the emptiness of life, have sought an escape from time and from the world towards the eternal and the invisible, finding a safe haven in the soul. The soul ’embodies’ the need to transcend, to go beyond, representing an entirely human invention which provides us with an autonomous temporality.
Tanato seeks to translate and encapsulate all these reflections and thoughts in one photo: a backdrop, a gaze, drawing in viewers on an emotional level in an attempt to find a new way of looking at these themes collectively. And yet, the question remains unanswered: why do we run away from death? Do we run because we are afraid, or are we afraid because we run? The likelihood is that the two are inseparable.

Each I is also a We — Kalamulla, Sri Lanka, 2022
Each I is also a we trae ispirazione dalle strade di Kalamulla in Sri Lanka, dove tutti i segnali pubblici devono per legge essere riportati in singalese, tamil e inglese, per pensare il rapporto tra l’io e il noi e il loro mutuo costituirsi all’interno della relazione tra l’individuo e la sua comunità. Le identità contano per le persone, ogni identità dà un senso di appartenenza a livello sociale. Il noi fornisce all’io norme di comportamento che le persone seguono in ragione del loro essere parte di quel noi. In questo senso, ogni identità nell’affermare un io o un noi esclude ciò che è non-io e non-noi. L’identità nasconde in sé l’esclusione e genera spesso conflitto.
In Sri Lanka, dal 1983 al 2009 si è combattuta una sanguinosa guerra civile tra la minoranza Tamil e la maggioranza singalese che ha lasciato e continua a lasciare moltissime ferite.
Da qui nasce l’idea di scrivere Each I is also a we nelle tre lingue per riflettere sul modo in cui le identità si essenzializzano nella convinzione di avere un sostrato di realtà o una natura autentica, dimenticando di essere in realtà il prodotto di una costruzione sociale. L’essenzialismo, tuttavia, è una menzogna: non esiste alcuna essenza intrinseca dell’Io e del noi. L’io e il noi vengono reinventati costantemente. Per questo motivo si è scelto di scrivere sulle lavagne con il gesso. Il tempo, infatti, cancella e fa cadere nell’oblio la frase scritta, così come il governo dello Sri Lanka vorrebbe occultare la memoria del paese.
Each I is also a We takes its inspiration from the streets of Kalamulla in Sri Lanka — where all public signs are required by law to be in Sinhalese, Tamil and English — to consider the relationship between the ‘I and the we’ and their mutual role in the relationship between the individual and their community.
In Sri Lanka, a bloody civil war between the Tamil minority and the Sinhalese majority was fought from 1983 to 2009, which left and continues to leave many scars.
This gave rise to the idea of writing Each I is also a We in the three aforementioned languages, in order to reflect on the way in which identities are essentialised in the belief that they have a substratum of reality or an authentic nature. Essentialism, however, is a falsehood: there is no intrinsic essence of the ‘I’ and ‘we’. The ‘I’ and the ‘we’ are constantly being reinvented. This is why the blackboards are written on in chalk: time erases the sentence, causing it to fall into oblivion, just as the Sri Lankan government hopes to conceal the country’s memory.

Greetings from Kharkiv — Ucraina, 2022
Una località limitrofa a Kharkiv, la seconda città per numero di abitanti dell’Ucraina, vicino ai confini con la Bielorussia e non molto lontano dal Donbass, è scossa dai venti di guerra che rischiano di scaraventare il Paese e l’Europa in un nuovo conflitto.
Kharkiv è un racconto per immagini e parole che esprimono le emozioni di una giovane adolescente che studia e vive a Roma, ma che non vede l’ora di poter tornare l’estate nei suoi luoghi di origine nella speranza di ritrovarli intatti come lo sono nei suoi ricordi. Le foto sono accompagnate da pensieri e frasi che riportano a galla i ricordi di un’infanzia felice vissuta tra la scuola, le passeggiate e le albe ucraine.
La guerra risulta incomprensibile agli occhi di una adolescente, così come ai nostri. Una comprensione dell’incomprensibile che rischia di spazzare via luoghi, persone e ricordi che abitano Kharkiv è alla base di questo lavoro. Così, le foto che ritraggono campi di grano e gite in bicicletta vengono trasfigurate in campi di battaglia, i ricordi e i desideri di una giovane ragazza danno vita a una discrasia, mescolandosi ai traccianti che segnano i movimenti delle truppe su una cartina.
Sebbene la politica internazionale sia un intreccio di antagonismi in cui i concetti di potenza e sicurezza hanno un ruolo centrale, risulta complesso se non impossibile trovare una dimensione di senso per la vita umana in un’attività volta a sopprimere la vita stessa.
A town near Kharkiv, the second largest city in Ukraine, close to the border with Belarus and not far from Donbass, is shaken by the winds of war that threaten to throw the country and Europe into a new conflict.
Kharkiv is a story told through images and words that express the emotions of a young teenager who studies and lives in Rome, but who can’t wait to return to her place of origin during the summer, in the hope of finding them as intact as they are in her memories.
The war is incomprehensible in the eyes of an adolescent, as it is in ours. An understanding of the incomprehensible, which threatens to sweep away the places, people and memories that inhabit Kharkiv, is the basis of this work. Photos depicting wheat fields and bicycle rides are transfigured into battlefields, a young girl’s memories and desires give rise to dyscrasia, mingling with the tracers that mark troop movements on a map.

Romania — va avea urmatorul cuprins…
(Informazioni in attesa di completamento)

The Second Life of Kharkiv — Ucraina, 2022
The Second Life of Kharkiv si inserisce all’interno del progetto Other Rooms, Other Thoughts. Il nome prende spunto da Second Life, una famosa piattaforma online abitata da avatar che vivono un mondo virtuale parallelo.
L’idea è quella di anticipare e immaginare attraverso dei rendering la fine della guerra e la successiva ricostruzione di alcuni luoghi simbolo di Kharkiv (come la facoltà di sociologia o il palazzo del governo e la piazza della libertà). In questo modo, si vuole denunciare l’immanenza fisica del conflitto e delle sue conseguenze, l’insensatezza della morte e della guerra, contrapponendole ad una virtualità capace di individuare nella Second Life of Kharkiv una nuova dimensione di senso più “utopica”, ma non per questo meno “vera”. La guerra da minaccia considerata fantasticheria e allarmismo è diventata realtà e alla realtà forse non resta che abitare il virtuale.
Oggi generali e geopolitologi invitano a guardare all’Ucraina attraverso le categorie del realismo politico. Il realismo politico espelle ogni altra dimensione non conflittuale dall’antropologia umana, facendo della guerra l’unico orizzonte d’azione della ragionevolezza che guida le nostre azioni. Tutto il resto è relegato al virtuale, all’utopia, senza alcuna presa sulla realtà.
The Second Life of Kharkiv vuole rovesciare completamente il mondo del realismo politico, contrapponendosi al razionalismo di una realtà storica che vede nel conflitto l’unica dimensione umana. I rendering non fanno che ribadire in digitale quella realtà dalla quale evadono. Tuttavia, proprio il carattere immaginifico del virtuale può essere visto come sintomo di una mentalità presente nel reale che rifiuta la guerra, aprendo e arricchendo la dimensione della possibilità.
Disegnando in computer grafica la città immaginaria e perfetta di Kharkiv, The Second Life of Kharkiv denuncia l’elemento irrazionale del realismo politico e della guerra. Nell’inconciliabilità tra la guerra e le immagini dei rendering, si inserisce l’idea di libertà come possibilità di una realtà altra. I ruoli si ribaltano: è la guerra a incarnare la distopia realizzata e il mondo virtuale a rappresentare quel realismo che non riesce a trovare nel conflitto la dimensione politica dell’essere umano.
